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“Chi è l’intruso”

“Chi è l’intruso?”

Dopo il successone :-) di  ”Indovina chi” (a breve la “seconda puntata”…) oggi ho pensato di proporvi una galleria di” self portraits” di celebri fotografi. Per stimolarne la visione sfruttando la vostra curiosità (espediente sempre efficace) ho pensato di confessarvi di aver inserito anche il mio autoritratto, da qui si può comprendere il perchè il post abbia questo titolo…  L’autoritratto mi ha sempre incuriosito in quanto trovo sia una declinazione della fotografia molto interessante, così come interessanti sono le componenti che si mettono in gioco e attraverso le quali  ci si espone o ci si nasconde, si parla o si grida, si sussurra, ci si denuda, ci si dichiara…insomma si comunica…se stessi. Sono scatti in cui il fotografo è coinvolto  ”in toto”, come esecutore, come protagonista, e come soggetto sa di essere fotografato da se stesso…una scatola cinese…una matriosca che si riempie (o si svuota, dipende dai punti di vista) “in loop”. Insomma…prima che mi perda in arrovellamenti linguistici e psicologici vi lancio la sfida…. Quale è il mio autoritratto?  Inoltre, se avreste voglia, potreste dirmi anche quale preferite e perchè.

Io e Aleksandr Michajlovič Rodčenko

Aleksandr Michajlovič Rodčenko  (San Pietroburgo23 novembre 1891 – Mosca3 dicembre 1956) è uno dei principali esponenti del movimento moderno. Prima di scoprire la fotografia come nuovo mezzo di comunicazione nella metà degli anni venti, si era distinto a Mosca come artista innovativo, interessato a tutte le forme d’espressione artistica.  Da pittore a fotografo collaborò alla costituzione del movimento costruttivista “che, rifacendosi ad uno stile di ascendenza cubo-futurista, si caratterizza soprattutto per la perentoria negazione di ogni estetica borghese, in una prospettiva palesemente rivoluzionaria: ecco che allora l’opera d’arte si connota per la sua utilità nei confronti della causa politica, facendo sì che venga ad instaurarsi un sempre maggior legame tra arte, azione di massa, sistema del lavoro, tecnica ed industria.”

Alla fine degli venti la posizione di Rodchenko diviene sempre più difficile. Il suo modo di fotografare viene considerato troppo “formalista” e con l’avvento dello stalinismo e di una estetica di stato, l’accusa è piuttosto grave. Fotografi come Shaikhet e Al’pert accusano Rodchenko di seguire le orme di fotografi occidentali come Moholy-Nagy e Man Ray. Inoltre Rodchenko viene accusato di aver dato troppa importanza all’estetica a scapito del contenuto, tradendo così quello che veniva considerato vero fotogiornalismo. In seguito, vengono messe al bando le sue fotografie di giovani pionieri. Il loro sguardo rivolto verso il cielo viene interpretato come un messaggio onirico e fantatisco, non in linea con gli ideali del regime.

«In fotografia vige il vecchio punto di vista, l’angolo visuale di un uomo in piediche guarda diritto davanti a se e fa quelle che io chiamo: riprese ombelicali” “Io combatto questo punto di vista e locombatterò insieme ai miei colleghi della nuova fotografia. Oggile riprese più interessanti sono quellecolte “dall’alto in basso” e quelle in diagonale.»

«Se si desidera insegnare all’occhio umano a vedere in una nuova maniera, è necessario mostrargli gli oggetti quotidiani e familiari da prospettive ed angolazioni totalmente inaspettati e in situazioni inaspettate; gli oggetti nuovi dovrebbero essere fotografati da angolazioni differenti per offrire una rappresentazione completa dell’oggetto.»

Personalmente, amo gli scatti di Rodčenko perchè li trovo assolutamente contemporanei a circa  90 anni dalla loro esecuzione, li amo perchè ancor prima di conoscere i suoi lavori…fotografavo così, alla ricerca di nuovi punti di vista, da un’altra prospettiva, perchè c’è sempre un’altra prospettiva come nella vita così nella fotografia…come nella fotografia così nella vita.

Siamo fatti così…io e Rodčenko.

Intervista a Mr. Polaroid, Maurizio Galimberti

 

 

Sono state date di lei molte definizioni: Istant Artist, fondatore della Polaroid Pro Art e maestro del Mosaico fotografico. Vogliamo chiarire un po’?

Le definizioni sono un qualcosa che altri ti appiccicano addosso. Quella di “Istant artist”, ad esempio, nasce all’interno dell’azienda Polaroid negli anni ’90, e da allora sono sempre rimasto tale. Quanto al mosaico fotografico, non l’ho certo inventato io, ha le sue radici nel movimento della Bauhaus. La mia “invenzione” al limite è stata quella del mosaico-ritratto, una tecnica che, grazie all’utilizzo di una scatola che si chiama “collector” opportunamente aggiunta alla Polaroid, permette di ottenere immagini a grandezza naturale di ciò che si fotografa. Mi appoggio sul volto della persona e scatto varie immagini e poi ricompongo il mosaico.

Il mosaico-ritratto è quello che mi ha cambiato di più la vita e mi ha permesso di entrare nel mondo dell’arte e di essere apprezzato dai collezionisti. I mosaici infatti sono molto ambiti perché sono pezzi unici e non riproducibili, esattamente come un quadro.

 

Dunque si ritiene un artista più che un fotografo?

Io non mi considero più un fotografo, nel senso di colui che documenta e riproduce la realtà così come gli passa sotto gli occhi. Mi piace definirmi un “pittore” che utilizza la fotografia per esprimersi, per raccontare delle emozioni.

 

Come sono i suoi esordi, da dove nasce la passione per la Polaroid e l’intuizione delle sue possibilità espressive?

La fotografia nasce come passione e diventa un lavoro nel ’91. L’uso della Polaroid deriva da un bisogno quasi fisico di vedere subito il risultato, senza dover aspettare i tempi della camera oscura. Un bisogno un po’ infantile, se si vuole, che era lo stesso della figlia di Edwin H. Land (l’inventore della Polaroid) che, nel 1937, diceva: “papà, papà, perché quando facciamo le fotografie dobbiamo aspettare a vederle?” E dopo 10 anni nasceva la prima macchina a sviluppo istantaneo.

Ho iniziato con una Widelux, una macchina panoramica che permetteva di realizzare delle immagini molto vicine ai lavori dei futuristi, saltando di pari passo le reflex tradizionali. Ho capito subito che non mi interessava riprodurre la realtà davanti ai miei occhi su un negativo quanto piuttosto utilizzare un mezzo che facesse già da filtro. Un mezzo che di per sé re-interpretasse il reale. Poi mi sono accorto che era proprio la Polaroid a consentire di “giocare” al meglio con le avanguardie storiche che da sempre mi appassionano, il gruppo del Bauhaus, i futuristi, il dadaista Marcel Duchamp.

 

Polaroid è sinonimo di libertà creativa? Quale la differenza con una normale macchina fotografica?

Alla base di ogni foto c’è sempre uno stato d’animo, una situazione mentale o spirituale che determina un tipo di lavoro piuttosto che un altro. In questo senso il mezzo non determina la libertà creativa. Poi ognuno si sceglie il mezzo che ritiene più congeniale. La Polaroid ha densità, sangue e materia, permette di fare scatti con colori straordinari.

 

Ma ha anche qualche limite?

Mica tanti. Se vuoi avere un grandangolo fai un passo indietro, se vuoi avere un tele fai un passo in avanti e se non puoi fare né un passo avanti né uno indietro vuol dire che quella foto non era destinata a nascere. Il quotidiano offre ai nostri occhi miliardi di foto, se qualcuna per un fatto tecnico non si può fare, pazienza.

 

Nel suo lavoro la presenza della manipolazione è sempre in primo piano, come si manipola una Polaroid?

Solo manualmente, mai con il computer. Da quando si scatta a quando l’immagine si solidifica passano circa due minuti e in quel breve lasso di tempo, facendo pressione con dei bastoncini di legno o con delle punte, si possono ottenere risultati incredibili. La Polaroid è fatta da 23 micro-strati che sviluppano 5mila reazioni chimiche: agendo su questi strati si può alterare la chimica in modi diversi.

 

Quali sono i suoi maestri? Di chi ha più subito gli influssi?

Nasco come autodidatta e mi sono ispirato, soprattutto a livello spirituale, ai grandi della fotografia come Franco Fontana, Mario Giacomelli, Gianni Berengo Gardin, e Robert Frank per la teoretica dell’immagine. Chi mi ha molto influenzato da un punto di vista delle immagini è stato anche Wim Wenders. Nell’ambito della fotografia istantanea non ho un vero e proprio “maestro” ma tante suggestioni. In Italia, Nino Migliore ha usato la Polaroid prima di me, anche se per lui questa tecnica ha rappresentato solo una fase della sua produzione. Polaroid eccezionali sono quelle del canadese Evergon che però, da tempo, è sparito dalla circolazione e mi piacciono molto anche quelle di Lucas Samaras. Apprezzo anche il lavoro di Paolo Gioli, anche se molto distante dal mio. Insomma, alla fine, tra tante suggestioni ho intrapreso un percorso individuale e credo che si possa dire che le mie immagini abbiano una loro personalità ben definita.

 

E maestri nell’arte del mosaico?

Il mosaico, come detto, nasce, nel senso moderno del termine, con la Bauhaus e, prima di me, si è cimentato David Hockey, un grande artista inglese forse poco conosciuto in Italia.

 

Quali sono i momenti “topici” della sua evoluzione artistica?

Dalla Polaroid “singola” al Mosaico Fotografico è intercorso un lasso di tempo di 6/8 anni. All’inizio realizzavo piccole composizioni di 2 o 3 foto ispirandomi ai lavori degli artisti del Bauhaus. Poi, sul finire degli anni ’80 sono nati i ritratti.  I primi erano più che altro delle strisce incomprensibili, e ci è voluto del tempo per trovare un format che desse lo stesso peso all’immagine ma anche alla forma. Adesso scatto in sequenza dall’alto in basso e da sinistra a destra e metto poi insieme tutte le tessere, molto velocemente, nello stesso ordine. Ho adattato questa tecnica per i ritratti eseguiti nel mondo dell’arte, della moda, della cultura, e dello spettacolo e l’ho portata, ad esempio, al Festival del cinema di Venezia. Catherine Zeta Jones e George Clooney sono alcuni tra i personaggi famosi che ho “scomposto”. I Mosaici Fotografici  - ne ho fatti moltissimi – sono un po’ il mio fiore all’occhiello, e mi sa che sarò ricordato per quelli.

 

Partendo dal ritratto, Galimberti si è poi più volte rimesso in gioco, affrontando nuovi temi che privilegiano le architetture piuttosto che le persone ma mantenendo intatte le caratteristiche stilistiche che lo hanno reso famoso. Così è, ad esempio, in “Metacittafisica”, una collezione di vedute di edifici e architetture particolarmente simboliche di diverse città europee “scomposte” con la tecnica del mosaico.

 

E’ possibile “catalogare” i suoi lavori in ordine cronologico o tematico?

La mia produzione fotografica nasce da un mix tra commissioni (da parte dei collezionisti) e lavori autonomi. Il tutto segue, come ovvio, un ordine cronologico. Una catalogazione attraverso un filo logico è invece più difficile. Difficile dire se c’è stato un periodo in cui sono stato più “pulito” o più “sporco”, più poeta o dadaista, perché io sono un irrazionale e respiro l’atmosfera del momento. Non tutti i giorni si è allo stesso modo.

 

C’è qualcuna delle sue opere che le sta particolarmente a cuore?

Le foto a Lalla Romano, una grandissima scrittrice che mi ha fatto capire la spiritualità dell’uomo, il ritratto dello scultore Cesar, il Mosaico della Vucciria (il mercato di Palermo) e “Viaggio in Italia”, che ripropone un reportage attraverso il nostro paese.

 

Molti dicono che il digitale è la nuova Polaroid… sta sperimentando strade diverse con le nuove tecnologie?

Per l’amor del cielo! Io non amo il digitale perchè è piatto e uniforme. I fotografi, quelli che hanno qualche ambizione artistica devono fare un passo indietro dal digitale, perché il digitale non è un mezzo, ti prende la mano e ti conduce dove vuole. E’ molto più difficile togliere che aggiungere: con il digitale si è sempre portati ad aggiungere mentre con la Polaroid bisogna essere più essenziali, più puliti. E poi c’è la noia mortale di stare davanti a un PC alla ricerca della rielaborazione perfetta. Agli autori contemporanei manca la voglia di confrontarsi con quello che è già stato fatto perché hanno tutti l’ossessione di fare qualcosa di nuovo. La cosa veramente nuova che si può fare è buttare via il PC e partire da zero.

L’atteggiamento di chi oggi fotografa in digitale è quello di chi fa una domanda ma si da anche una risposta, e questo è sbagliato perché la foto deve lasciare la porta socchiusa all’immaginazione di chi ne usufruisce. Per di più, la risposta non è una ma sono cento, mille, perché tante sono le possibilità di elaborazione. L’imperfetto, invece, è tutta un’altra cosa… Quel qualcosa che ti porta dentro l’immagine e ti fa sognare.

 

Paola Fontana

Francesca Woodman e la vecchia tazza da caffè.


“ Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”

Così è stato: Francesca Woodman si è tolta la vita alla soglia dei 23 anni.

Non amo indugiare sui dettagli intimi delle vite personali di nessuno, ma per leggere e comprendere le sue opere, non possiamo prescindere dalla sua vita. Nasce da genitori artisti (madre ceramista e padre fotografo/pittore) la sua vita si srotola tra gli Stati Uniti e l’Italia: Frequenta la Rhode Island School of Design a Providence e i suoi corsi estivi che si tengono presso la sede italiana in Palazzo Cenci, nel centro storico di Roma. La sua produzione artistica è strettamente vincolata al suo vissuto e segue le tracce che l’artista lasica per il mondo: i primi significativi scatti sono quelli ambientati in Colorado, negli anni della scuola superiore, a seguire le opere degli anni della formazione artistica alla RISD e successivamente la sua produzione si intensifica negli anni e si espleta tra New York e Roma. Francesca è spessissimo il soggetto dei suoi scatti, e quasi tutta le sue opere sono incentrate sul rapporto dialettico tra il corpo (soggetto e oggetto degli scatti) e lo sguardo (come fotografa dell’oggetto/soggetto fotografato), per cui il dialogo tra le parti in campo sembrerebbe assumere un tono di soliloquio. Tale aspetto però viene sfatato dalla capacità d’attrazione dei suoi scatti che coinvolgono lo sguardo dello spettatore il quale diventa parte integrante del processo artistico comunicativo della Woodman. La sua presenza negli scatti, non ha la valenza propria del “selfportrait”, nessuna preminenza, nessuna visione privilegiata, il soggetto agente si inserisce nel contesto come facente parte di quell’universo di cose o meglio ancora, come porzione di esso. La vediamo quindi apparire da sotto un intonaco sgretolato, dietro porte e finestre, apparire tra armadi ed oggetti, generalmente, senza volto, perché la sua è una poetica che elegge a materia fondamentale d’analisi introspettiva, il proprio corpo, indagandolo fino allo sfinimento. I suoi sono scatti aperti, sono processi che dialogano con l’esterno. Da qui si evince la consapevolezza del potere dell’arte che riesce a catturare lo spettatore conferendogli un ruolo nella relazione “se narrante”, ”se osservato”, ”se osservatore”, perché con un solo sguardo diventa, necessario, testimone del dialogo tra i tre “se” dell’artista. Con un solo sguardo vediamo l’opera e il suo creatore. Quella che viene vista come comunione di Francesca Woodman con gli oggetti e l’ambiente naturale che la circonda sembra essere la necessità di immergersi, confondersi e fondersi con l’Universo per riemergere con una identità rinnovata. . L’utilizzo quasi esclusivo del bianco e nero ci riporta all’impossibilità di tornare ai luoghi fisici e mentali della scatto.

“Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza.”

Così è.

Francesca Woodman (Denver, 3 aprile 1958 – New York, 19 gennaio 1981)

1 Dicembre, giornata mondiale della lotta all’AIDS

NAN GOLDIN

Per chi non ce l’ha fatta, per chi sta lottando, per chi sta vicino a chi soffre, per chi pensa “mai a me”….per tutti!

Foto di Nan Goldin
Gilles Arm, Paris (Il braccio di Gilles, Parigi), 1992
stampa cibachrome 76,2 x 101,6 cm
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, 2003

Circus

L’incanto si svela col surreale. Il circo è celebrazione della fantasia, apoteosi dell’illusione, sublimazione della dedizione totale all’arte e il sipario è un diaframma che cela ciò che è, e deve restare un mistero, perchè la magia possa essere inesauribile. Sbirciare attraverso quel sipario per decifrare la familiarità in un gesto eccezionale, l’eccezionalità in un gesto familiare, non risolve il mistero perché quegli sguardi e quei gesti, nella loro familiarità ed eccezionalità, sprigionano una carica così oniricamente surreale da rafforzare, se possibile, l’incanto del tendone.
Graziano Panfili, ancora una volta, si immerge in un progetto che sviluppa con estrema, raffinata delicatezza. Artista dal cervello senza posa, dall’anima senza fondo, dallo sguardo senza confini, riesce a tradurre le sue caratteristiche in immagini, di volta in volta, leggere come macigni sullo stomaco, assordanti come il volo di una piuma, dolci, teneri, delicati come la zampata di una tigre.
La sua è una fotografia ad ultrasuoni, ed io, da sempre sintonizzata alla giusta frequenza, non posso non “sentirla”.

Digital

Le possibilità di intervento sul/con il digitale sono infinite, si parte da piccoli ritocchi per giungere a immagini che di “fotografia” mantengono solo il nome, in quanto, interamente costruite in post produzione. Personalmente non sono un’amante degli stravolgimenti, ma non si può pensare di vivere ancorati al passato, anche perché, data la frenesia con cui circolano oggi le immagini (parlo della circolazione via web), la parola d’ordine diventa: digitale. Così, tutti cominciamo a digitalizzare qualsiasi cosa nella speranza di farla passare attraverso il santo cavo della fibra ottica o del telefono, attraverso l’etere o chissà quale altra diavoleria, affidando le nostre porzioni di emozioni alle cure assassine dello spazio senza onore. E significativo il fatto che non meravigli più il concetto di “riproducibilità” ora meraviglia il contrario. Magari questo è un altro motivo per il quale non ci si scandalizza per l’imperante omologazione svilente in quanto ordinaria amministrazione… Con il cambiamento dello strumento attraverso il quale si producono le immagini, cambia anche la filosofia che sta dietro quel click (non più meccanico bensì, anch’esso, riprodotto a sua somiglianza sonora… ) Chi produce immagini digitali, scatta con la consapevolezza che potrà intervenire sullo scatto, oppure progetta l’immagine che in analogico (nella realtà) non potrà mai realizzare…sono approcci assolutamente lontanissimi da quello rigoroso, dovuto all’alogenuro d’argento. Al signor alogenuro d’argento! Posso sembrare contraria aldigitale ma non è così, lo sono solo nell’ambito di un confronto diretto con l’analogico. C’è chi pensa che la fotografia digitale sia l’evoluzione di quella analogica. Io penso semplicemente siano due cose diverse.
Vi propongo una sequenza di scatti pre/post elaborazione e una sequenza di scatto unici di post produzione.
E voi? Cosa pensate in merito?

…and the winner is…..

 

helmut-newton ritratto

Mi siete piaciuti e penso che ripeterò l’esperimento dell’ “Indovina chi”, la prossima volta, però,  sarò più cattivella perchè in tanti avete indovinato.  Ergo, mi complimento coi vincitori del contest: Nenet, Arturo Folletti, Ivy (conosce solo lui ed un’altro per cui vince al 50%),  Giovanni P. (in quanto pur ignorandone l’identità da per scontato che sia lui)…. E quando dico lui….parlo di LUI: HELMIT NEWURON!!!!!!

Il premio è ….. il prossimo post.

:-)

Giochiamo a “Indovina chi”?

Ho pensato di proporre una galleria di scatti per mettere alla prova l’occhio di voi passanti…

Le opere che ho inserito riassumono la cifra stilistica di questo artista che, partito come fotografo freelance per Playboy,  ha dominato la scena fotografica degli anni ’80. Stile erotico-urbano utilizzato con grandissimo successo nell’ambito della moda e supportato da un’eccellente tecnica fotografica. Ritrattista eccezionele e soprattutto mago del bianco e nero.

Avete qualche idea su chi possa essere?

Vi piace?

Imagini inquietanti/Disquieting images

 Immagini inquietanti/Disquieting Images,  in esposizione fino al  9 Gennaio 2011 al Palazzo della Triennale di Milano  è il progetto fotografico curata da Germano  Celant e Melissa Harris in cui alcuni dei più interessanti (a mio avviso) e controversi fotografi contemporanei si  confrontano con l’ “inquietudine” attraverso immagini che partono dagli anni ’70 ad oggi.  Ma cosa può essere definito “inquietante”? Non esiste una definizione assoluta in quanto l’inquietudine è una risposta individuale, un sentimento personale e intimo che si insinua sottopelle fino deflagrare nel più profondo delle viscere in alcuni csai mentre in altri parte dalle viscere per finire a fior di pelle, è una dissonanza, un dettaglio fuori posto, è l’esplicitato così come il suggerito, l’insinuato, l’ipotizzato. Per la realizzazione del progetto, l’interazione tra curatori e fotografi ha portato alla selezione di una serie di scatti che hanno come area di pertinenza alcuni filoni principali inquadrabili in quegli ambiti che direttamente o metaforicamente  possono essere luoghi di inquietudine, si parla con l’obbiettivo di: comunità, genere, diversità, infanzia, ambiente e conflitto attraversando il mondo dall’Iraq al Vietnam, dall’Afganistan all’Africa passando per il Giappone eppoi San Francisco, New York, Palermo, London, Emeryville o Seattle.  Quelle  presentate alla Triennale da artisti del calibro di Robert Mapplethorpe, Nan Goldin, Diane Arbus sono immagini inquietanti, sempre,  perché dove l’inquietudine non nasce dalla lettura visiva dello scatto, insorgere da una lettura con l’anima. Sono immagini spesso in sospeso che non raccontano ma lasciano dedurre, insinuano il dubbio, mettono in moto una concatenazione di suggestioni ed emozioni che suscitano questo stonato sentire. Il titolo della mostra è  volutamente bilingue teso a supportare la difficile, multipla  interpretazione del termine inglese “dusquieting”, la sua duttilità e non circosrivibilità… le riserve vengono sciolte lungo il percorso che attraversa le opere degli artisti: Julio Cesar Aguilar Fuentes, Diane Arbus, Letizia Battaglia, Nina Berman, Elena Dorfman, Donna Ferrato, Nan Goldin, Philip Jones Griffiths, Pieter Hugo, Alfredo Jaar, Yoshiyuki Kohei, Sally Mann, Robert Mapplethorpe, Mary Ellen Mark, Richard Misrach, James Nachtwey, Michael Nichols, Paolo Pellegrin, Gilles Peress, Eugene Richards, Lise Sarfati, Stephanie Sinclair, Brian Weil, Zalmai

Per informazioni:
Sec Relazioni Pubbliche e Istituzionali – Tel. 02 624999.1
Elena Todisco – todisco@secrp.it
Giorgia Tardivo – tardivo@secrp.it

Triennale
Viale Alemagna 6
Milano 20121
Tel +39 02 724341
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http://www.triennale.it/